Medio Oriente - Agenzia stampa Ekhbary
Guerra in Medio Oriente: Lo Spettro di un Conflitto Senza Fine e le Riprecussioni Globali
La comunità internazionale è alle prese con l'urgente questione di come uscire dalla spirale del conflitto in escalation in Medio Oriente, in particolare per quanto riguarda l'Iran, in assenza di chiare strategie di risoluzione. Nonostante le ripetute affermazioni dell'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui il conflitto sarebbe presto terminato, le analisi dei principali giornali globali dipingono un quadro molto più complesso e allarmante. Il New York Times, ad esempio, esprime profondo scetticismo, affermando che il presidente americano "non ha idea di come porre fine alla guerra contro l'Iran".
Il quotidiano americano mette in discussione l'efficacia di una strategia basata sul "bombardare incessantemente la regione, distruggere sempre più infrastrutture militari e civili, sperando che gli iraniani in cerca di democrazia si uniscano e rovescino da soli questo regime mortale radicato". Il New York Times sottolinea che la storia non offre esempi di successo di tale strategia, evidenziando che il regime iraniano crollerà solo "dall'alto", un processo che potrebbe iniziare solo dopo un cessate il fuoco. Il giornale suggerisce che il miglior risultato ottenibile dalla massiccia campagna di bombardamenti di Trump e Netanyahu è quello di avviare questo processo; anche solo indirizzare il potere iraniano verso una via più favorevole, dove rappresenterebbe una minaccia minore per la sua popolazione e i suoi vicini, costituirebbe già un considerevole successo. Lo scenario peggiore, secondo il Times, sarebbe quello di devastare l'Iran con bombardamenti aerei incessanti al punto da renderlo ingovernabile, una catastrofe con conseguenze incalcolabili.
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A Madrid, El País si fa eco di queste preoccupazioni, interrogando il vero piano di coloro che hanno ordinato questa guerra, soprattutto mentre il regime totalitario iraniano si prepara alla resistenza e l'economia globale trema di fronte a un conflitto che, indipendentemente dalla sua durata, già pesa sul potere d'acquisto dei cittadini. Il quotidiano spagnolo critica la narrazione secondo cui tutto tornerà presto alla normalità, che i danni economici sono minimi rispetto ai benefici futuri, e che "solo gli imbecilli potrebbero pensare il contrario". El País conclude che la strategia di Trump si riduce a "promesse e insulti".
Libération a Parigi elabora ulteriormente le implicazioni più ampie, notando che "oltre l'Iran, il meccanismo è sfuggito al controllo". Il prezzo di un barile di petrolio ha simbolicamente superato la soglia dei 100 dollari, causando allarme globale. Negli Stati Uniti, l'opinione pubblica fatica a comprendere perché – ancora una volta – i soldati dovrebbero essere inviati a morire in una guerra lontana. Le posizioni si stanno irrigidendo, senza una chiara fine in vista per questa nuova avventura americana in Medio Oriente. Il giornale afferma che "il terremoto scatenato a Teheran il 28 febbraio non ha finito di scuotere il pianeta". E anche se Donald Trump assicura che l'aumento dei prezzi del petrolio e altre conseguenze sono solo un "piccolissimo prezzo da pagare per la pace e la sicurezza", Libération rimane scettica sul fatto che tutti – e gli americani in primis – siano disposti a pagare quel conto per molto tempo.
"Solo una cosa è certa" in questa guerra, sottolinea il Süddeutsche Zeitung: "la benzina sarà più costosa". E negli Stati Uniti, "l'aumento del prezzo del petrolio è una questione politica importante in vista delle elezioni di metà mandato di questo autunno". Il giornale tedesco implica che Trump, dopo l'invasione del Venezuela ricco di petrolio e considerando il suo slogan della campagna "Drill, baby, drill!" (tradotto come "Forons, forons, forons!"), non aveva previsto che bombardare l'Iran avrebbe scatenato una crisi petrolifera e finanziaria di tale portata, oltre alle sofferenze subite dalle popolazioni.
E la Francia in tutto questo? Economicamente, Le Figaro sottolinea che "l'ora dei conti non è ancora giunta, ma la guerra in Iran ricorda dolorosamente alla Francia le sue grandi debolezze". Queste includono la sua persistente eccessiva dipendenza dai combustibili fossili e, soprattutto, la sua significativa fragilità finanziaria. Senza voler fare la Cassandra, appare già evidente che la Francia non uscirà indenne da questa crisi.
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A livello internazionale, il presidente francese Emmanuel Macron, che era recentemente a Cipro e a bordo della portaerei Charles de Gaulle, ha dichiarato: "Questa guerra non è la nostra". Tuttavia, La Croix osserva che essa "comporta comunque minacce a importanti interessi francesi": la sicurezza dei paesi dell'Unione Europea; la libera circolazione marittima; la sicurezza di tre stati del Golfo (Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti), che la Francia si è impegnata a sostenere; e la protezione dei cittadini francesi nella regione. La Croix spiega che per adempiere alle responsabilità che si è data, la Francia sta adottando una postura offensiva nelle sue azioni difensive. Tuttavia, il giornale avverte che la Francia rischia che i belligeranti, in particolare l'Iran, fraintendano questa "neutralità combattiva", aumentando il pericolo reale che la guerra possa coinvolgerla.