Agenzia di stampa Ekhbary | 1982
Nel cuore dell'assedio di Beirut nel 1982, il poeta Mahmoud Darwish trovò un inaspettato conforto nella figura di Paolo Rossi, l'eroe calcistico italiano. In un "memoria dell'oblio", Darwish descrive come Rossi, definito un "demone magro", fosse capace di portare gioia nei rifugi bombardati, un balsamo contro la routine della morte.
Il calcio come fuga dalla realtà
Darwish riflette sul potere del calcio di offrire una tregua dalla brutalità della guerra. "Non possiamo forse amare il calcio?" si chiede, descrivendo come la partita potesse interrompere il ciclo della violenza, trasformando i razzi in "mosche fastidiose". Il calcio, in questo contesto, diventava un anestetico potente, capace di sospendere la paura per un'ora e mezza, offrendo un'ebbrezza paragonabile a quella della poesia o del primo incontro con una donna sconosciuta.
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Un linguaggio universale
L'articolo evidenzia come il calcio trascenda le barriere geografiche e culturali. Dalle strade polverose del Cairo ai vicoli poveri di Rio de Janeiro, passando per i campi fangosi del Camerun, il gioco unisce le persone con un'intensità emotiva unica. Il calcio, nato dall'Inghilterra industriale, è diventato il fenomeno di massa più diffuso, capace di creare un senso di appartenenza a un "universo più grande" che parla la stessa lingua emotiva.
L'origine e la diffusione globale
La nascita del calcio moderno risale alla metà del XIX secolo in Inghilterra, strettamente legata alle condizioni sociali della Rivoluzione Industriale. Le scuole pubbliche inglesi unificarono le regole, culminando nella fondazione della Football Association nel 1863. Successivamente, il gioco si diffuse globalmente attraverso gli imperi e i commerci britannici, ma la sua capillare popolarità è dovuta principalmente alla sua "accessibilità": il semplice atto di calciare una palla è un linguaggio universale.